Presentato a Firenze il vino marino Nesos, ricavato da un esperimento realizzato all’Elba dall’azienda agricola Arrighi: 40 bottiglie sono state prodotte secondo una tecnica usata nell’isola greca di Chio 2500 anni fa

Che sapore ha il vino di 2500 anni fa? Beh, ora lo sappiamo. È stato presentato a Firenze il vino marino Nesos, ricavato da un esperimento enologico realizzato all’isola d’Elba dall’azienda agricola Arrighi. Quaranta bottiglie sono state prodotte secondo una tecnica utilizzata nell’isola di Chio ai tempi dell’antica Grecia, 2500 anni fa, che prevede di immergere i grappoli integri in mare aperto.

Al posto delle antiche uve dell’Egeo, il Rhoditis ed il Sideritis, è stato usato un vitigno tipico elbano, l’Ansonica, che ha caratteristiche simili (polpa croccante e una buccia resistente che ne ha permesso la permanenza in mare): le uve sono state immerse in mare per 5 giorni a circa 10 metri di profondità, all’interno di nasse di vimini. Questo processo ha consentito di eliminare parte della pruina superficiale, cioè il velo ceroso che riveste gli acini, mentre il sale marino per “osmosi” è parzialmente penetrato all’interno. Nella vinificazione delle uve sono state impiegate anfore di terracotta ottenendo, dopo un anno di affinamento in bottiglia, un vino estremamente naturale, molto simile a quello prodotto 2500 anni fa.

La presenza di sale nell’uva, con effetto antiossidante e disinfettante, ha permesso di provare a non utilizzare i solfiti, arrivando a produrre – dopo un anno in affinamento in bottiglia – un vino estremamente naturale, molto simile a quello prodotto 2500 anni fa. Se nella vendemmia 2018 sono state prodotte solo 40 bottiglie, quella 2019 è nelle anfore di terracotta ancora a contatto con le bucce. Dalle analisi svolte dall’Università di Pisa è emerso che il contenuto in fenoli totali del vino marino è il doppio rispetto a quello prodotto tradizionalmente, e questo grazie alla maggiore estrazione legata alla parziale riduzione della resistenza della buccia.

A condurre l’esperimento l’azienda Arrighi in collaborazione con il professor Attilio Scienza, ordinario di viticoltura dell’Università degli studi di Milano e Angela Zinnai e Francesca Venturi del corso di viticoltura ed enologia dell’Università di Pisa. Alla presentazione, avvenuta nell’ambito di un convegno organizzato in collaborazione con Regione Toscana, Toscana Promozione Turistica, Fondazione Sistema Toscana e Vetrina Toscana, sono intervenuti l’assessore regionale al turismo Stefano Ciuoffo, il direttore di Toscana Promozione Turistica Francesco Palumbo, il direttore di Fondazione Sistema Toscana Paolo Chiappini ed il vice presidente del Parco Nazionale Arcipelago Stefano Feri.

“Oggi – ha detto Ciuoffo – presentiamo un percorso di recupero della storia. Un’esperienza di produzione di vino che ha radici antiche, che oggi viene riproposta e che racconta molto del mare toscano, del suo Arcipelago e dell’Isola d’Elba. Un metodo di produzione che risale all’antica Grecia e che ha lasciato le sue tracce nel Mediterraneo, in particolare lungo la costa e le isole toscane. Il commercio di questo vino nelle corti romane è documentato. Questo tentativo di produzione ha dato risultati molto apprezzati e mi auguro che questo progetto possa proseguire nei prossimi anni per arrivare ad ottenere un prodotto innovativo, in grado di raccontare una storia”.

L’idea di ripercorrere dopo 2500 anni, sulle tracce di un mito, le varie fasi della produzione di un vino antico, nacque proprio all’Elba, quando Antonio Arrighi, piccolo produttore dell’isola, che da oltre dieci anni sperimentava e vinificava nelle anfore di terracotta di Impruneta, sentì il Professor Scienza parlare della sua ricerca sul vino dell’isola di Chio. I vini di Chio, piccola isola dell’Egeo orientale, facevano parte di quella ristretta élite di vini greci considerati prodotti di lusso sul ricco mercato di Marsiglia e successivamente di Roma. Varrone li definiva “vini dei ricchi” e, come ricorda Plinio Il Vecchio, Cesare li offrì al banchetto per celebrare il suo terzo consolato.

Come i vini di Lesbo, Samos o di Thaso, quello di Chio era dolce e alcolico – unica garanzia per sopportare i trasporti via mare – ma aveva qualcosa che gli altri vini non avevano, un segreto che i produttori di Chio custodivano gelosamente e che rendeva questo vino particolarmente aromatico: la presenza del sale derivante dalla pratica dell’immersione dell’uva chiusa in ceste, nel mare, con lo scopo di togliere la pruina dalla buccia ed accelerare così l’appassimento al sole, preservando in questo modo l’aroma del vitigno.

Il legame di questo vino mitologico con l’isola d’Elba è anche di tipo storico. Come tutti i commercianti greci anche quelli del vino di Chio, facevano scalo sulla via del ritorno in patria, all’isola d’Elba e a Piombino, per caricare materiali ferrosi, venendo quindi a contatto con il mondo etrusco. I ritrovamenti di anfore in relitti di navi affondate, nelle tombe o nella costruzione di drenaggi, testimoniano che molte città costiere della Toscana etrusca erano tra i luoghi di maggior frequentazione dei commercianti di Chio.