venerdì 11 Settembre 2026
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Cibo e femminilità, una riflessione: ai fornelli manca una Musa, icona del femminino

Nel rapporto tra il cibo e la femminilità, tra donne e cucina, il nostro guest blogger Andrea ci sottopone una riflessione: nel macrocosmo dei fornelli manca una Musa, un’icona del femminino al di là del tempo e dello spazio

di Andrea Meneghel*

Immaginiamo di incontrare per le vie di una città d’arte – una a caso, Firenze – un gaudente esteta che, lasciato ogni pensiero, abbia dedicato un’intera giornata alla contemplazione dell’arte. È probabile che ci racconti di aver visto la Venere di Sandro Botticelli, Ippolita sottomessa nel Salone dei Cinquecento, innumerabili Vergini Annunciate ed ancora le aggraziate forme della Cappella Pazzi, la cui arte ispiratrice – l’architettura – posa malinconica sulla tomba del sommo scultore Michelangelo, insieme a pittura e scultura.

Magari costui potrebbe chiederci un consiglio sulla vasta offerta dei teatri cittadini: difficile la scelta fra una Violetta della Traviata e una reinterpretazione moderna del dramma di Romeo e Giulietta, oppure la Holly Golightly di un film culto come Colazione da Tiffany. Supponiamo anche che, noncurante del freddo invernale che sopravanza, si sia fermato all’ombra dei castagni di Boboli per leggere alcune rime della Vita Nuova o un florilegio del Canzoniere, magari allietandosi con una foto della propria amata.

Se poi, spinto dal desiderio, avesse voluto sprofondarsi – bellezza è anche questo – nelle riflessioni astronomiche di Galileo, nell’aritmetica e nella geometria (cui Esiodo pose duce Erato, ispiratrice della poesia amorosa), che platonicamente introducono a quella filosofia che ha per oggetto la Nuda Veritas, già compagna nel Secretum e spettatrice nella Calunnia, in ogni modo non avrebbe distolto lo sguardo da quanto di più precipuo caratterizza l’attività umana nelle sue forme sublimi, ovvero la femminilità come soggetto, vocazione o allegoria dell’arte stessa.

Passati tanti splendori, come meglio coronare la giornata che con un buon piatto? Ça va sans dire, l’esperienza gastronomica deve adattarsi al pregio delle precedenti attività. Ecco il momento in cui invocheremmo tutti una Musa che sappia abbinare i sapori, una Diva che abbia il talento di satollare in convenienti proporzioni…! Ma essa non ha nome, è una forma di bellezza non ancora considerata nella sua essenza, sterile di quell’elemento di femminilità sopra menzionato e quindi unica. Esistono cuoche e chef sopraffine, è vero, ma nel macrocosmo della cucina manca un’icona al di là del tempo e dello spazio.

Tale mancanza, lungi dall’essere un limite, risulta piuttosto una peculiarità dell’arte culinaria stessa, da ricercarsi non tanto nella natura asemantica della sua res (tale osservazione vale anche per la musica) quanto piuttosto nella finitudine del piacere che vi si ricerca, completo in sé e saldamente compiaciuto della propria concretezza. Le delizie del ventre, emancipate così da ogni astrazione, soddisfano appieno quella che oserei definire una nobile parallela del gusto estetico tradizionalmente inteso. Forse non è una mera concomitanza se il “Ben Cucinare” è stato considerato a lungo dagli antichi una semplice tecnica e solo in tempi recenti va conquistandosi un posto d’onore nella cerchia di Apollo. Ma, frattanto che le pentole si innalzano alle cetre, io vi chiedo: dove l’avreste portato, voi, questo bizzarro buongustaio?

* filosofo, esteta, gaudente

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