giovedì 10 Settembre 2026
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Divieto di nomi di carne per i prodotti plant-based: Tanotto, il trippaio vegano, risponde all’UE

Il “trippaio vegano” Tanotto risponde all’Europa: “La tradizione non si difende con i divieti, ma con l’evoluzione”

Il Parlamento europeo ha approvato a Strasburgo un emendamento alla revisione del regolamento Ocm che vieta l’uso di termini come “burger”, “salsiccia” o “bistecca” per i prodotti a base vegetale. L’obiettivo dichiarato è evitare confusione nei consumatori e tutelare le denominazioni legate alla carne, considerate parte del patrimonio gastronomico europeo.

La misura, che dovrà ancora passare attraverso il negoziato con Consiglio e Commissione prima di entrare in vigore, amplia le restrizioni già previste dalla normativa vigente, includendo anche parole di uso comune come “burger” o “sausage”. Si tratta di un cambio di rotta rispetto al 2020, quando un emendamento simile era stato respinto dal Parlamento.

La decisione ha riacceso il dibattito tra chi vede nel provvedimento una garanzia di trasparenza e chi, al contrario, teme un freno all’innovazione e alla libertà d’espressione delle realtà che lavorano nel settore plant-based. A difendere la norma sono soprattutto le associazioni agricole e zootecniche; a contestarla, invece, le organizzazioni vegetariane e vegane, che la considerano una misura anacronistica e penalizzante.

Per capire come questa scelta venga percepita da chi lavora quotidianamente sul confine tra tradizione e innovazione, abbiamo raccolto il parere di Gaetano Cerasuolo, in arte Tanotto, fondatore della Tripperia Vegana di Firenze e creatore del celebre “Lampredotto Vegano”, marchio registrato, frutto di un lungo lavoro di ricerca gastronomica.

Dietro la sua versione “verde” del panino più fiorentino che ci sia non c’è solo un’idea provocatoria, ma una tecnica brevettata: un sistema di frollatura dei funghi che consente di ottenere fibre e consistenze simili a quelle della carne, senza però ricorrere a proteine animali.

“Non imitiamo la carne – spiega Tanotto –. Creiamo qualcosa di nuovo, un capitolo inedito della cucina italiana vegetale. La cucina è un linguaggio, e come ogni linguaggio si evolve.”

Per lui, chiamare lampredotto il suo panino non è un inganno, ma un atto d’amore verso la città e la sua lingua.

“Il termine lampredotto non è un marchio di carne, è un soprannome popolare. Io lo uso per mantenere viva un’identità, non per sbeffeggiarla. La vera tradizione non sta nella materia prima, ma nell’anima del piatto.”

Dietro quella dichiarazione c’è un manifesto culturale: restituire alle parole la libertà che avevano prima di essere sequestrate da disciplinari e regolamenti.

“Le parole non confondono, le parole spiegano. Quando dico ‘lampredotto vegano’, comunico due cose: che mi ispiro alla ricetta fiorentina e che la mia proposta è vegetale. Non c’è inganno, c’è cultura.”

Il rischio, secondo lui, è che la tutela della chiarezza si trasformi in un freno alla creatività.

“Se iniziamo a vietare le parole, finiamo per bloccare anche l’evoluzione del pensiero. L’innovazione nasce sempre dove qualcuno osa dire qualcosa di nuovo.”

L’emendamento dovrà ancora affrontare un lungo iter legislativo, ma il segnale politico è chiaro: l’Europa vuole marcare una distinzione netta tra il mondo animale e quello vegetale. Una scelta che però, secondo molti, rischia di dividere anche chi del cibo fa cultura.

Tanotto chiude con un sorriso:

“Noi andiamo avanti lo stesso. Le nostre parole sono ponti, non barriere. E la cucina del futuro non sarà vegana o carnivora: sarà curiosa.”

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Emiliano Wass
Emiliano Wass
Antropologo, docente universitario, consulente editoriale, traduttore e curatore. giornalista pubblicista. All'enogastronomia arriva dall'antropologia, convinto che il cibo sia l'unico vero elemento identitario delle persone. Ha svolto lavoro di campo in Messico, occupandosi di diritti e tradizioni indigene. Ha scritto su Finzioni, Doppiozero, Scrivo.me, Distillerie.it, FirenzeToday.

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