domenica 13 Settembre 2026
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Ho mangiato nella migliore taquería d’Europa

Una racconto in prima persona tra code, mezcal, tacos e totopos. E la conferma ufficiale: El Rey è la migliore taquería d'Europa.

Questa storia comincia come una vecchia barzelletta: c’erano un italiano, un argentino, uno sloveno e un turco. In una serata fredda e umida di Berlino prendono un taxi dal centro della capitale tedesca e scendono a Gräfestraße, nel quartiere di Kreuzberg. Sono le 19 circa, ora di aperitivo in Italia, ma già di cena in Germania. Destinazione: Taquería El Rey, la migliore taquería d’Europa – ma di questo dirò più avanti. Non si prenota, lo avevo verificato prima, “walk-ins only” dice il loro Instagram, e quando arriviamo lo capiamo al primo sguardo: fuori dal locale c’è una fila lunga e ostinata, di disciplinatissimi tedeschi (e diversi stranieri) fermi nel freddo come se aspettare fosse parte del menu.

L’argentino del nostro gruppo guarda la fila, poi guarda la porta, e senza pensarci troppo entra, con la speranza di trovare qualcuno che parli spagnolo, qualcuno con cui la trattativa sia almeno possibile. La fortuna lo assiste sotto forma di una cameriera che gestisce gli ingressi e che, appena apre bocca, rivela di essere sua connazionale. Si parlano per un minuto, forse due. Io resto fuori e immagino soltanto il contenuto di quello scambio, la lingua comune fa il suo lavoro e rende tutto più rapido. Quando esce ci dice che abbiamo una “prenotazione” nei successivi venti minuti, in un posto che non accetta prenotazioni. L’esperienza mi insegna a non fare domande inopportune.

Per non restare a contemplare la fila come se fosse una punizione, attraversiamo la strada e ci infiliamo in una caffetteria turca, dal lato opposto della strada. Qui è il turco del nostro quartetto che ordina per tutti. Beviamo una birra e lasciamo che il tempo faccia quello che deve fare. Da lì, con il bicchiere in mano, guardo il locale dall’altra parte e penso che Berlino funziona spesso così, un trasferimento continuo di usi, lingue, piccoli favori, una cosa che sembra improvvisata e invece è perfettamente coerente con la sua geografia umana.

Riattraversiamo la strada e finalmente varchiamo la soglia: dentro è pieno, pienissimo, non c’è un tavolo vuoto se non quello da noi “prenotato”, non c’è un angolo di passaggio che non sia già diventato posto grazie a una mensolina e uno sgabello. Ci sono tavoli bassi e anche alti, la sala è una griglia di corpi e voci, eppure niente dà l’idea del disordine. L’arredamento è tutto legno e metallo, essenziale, senza la voglia di raccontarti un Messico da cartolina. Sulla sinistra, appena entri, c’è un angolo bar fatto sul serio, e lo capisci non dalle bottiglie in esposizione ma dal modo in cui è organizzato, dal ritmo con cui lavorano, e anche dalla pagina del menu che dedica spazio ai cocktail come se fosse la cosa più messicana del mondo.

 

Mi prendo io la responsabilità dell’ordinazione, non per altruismo ma per competenza gastronomica; essendo in quattro, poi, possiamo assaggiare davvero quasi tutto quello che offre il menù. Ordino tacos per tutti: arrivano i tacos de rib eye (un taglio di costata), i tacos de carnitas de pato (brasato di anatra), i tacos de chicharrón (brasato di cotenna di maiale), poi i tacos de birria (uno stufato solitamente di capra o agnello, ma in questo caso di manzo), e a seguire la quesabirria, ossia birria più formaggio fuso. Prima dei tacos ci portano totopos (per favore, non chiamateli nachos)e guacamole.

Beviamo mezcal, un joven espadín El Rey Zapoteco. Io l’avevo scoperto in Italia grazie a @MezcalerosItalia e ritrovarlo a Berlino, nello stesso contesto in cui sto mangiando tacos di quel livello, mi fa sorridere per una di quelle coincidenze che non cambiano la vita ma cambiano la serata. Nella versione añejo, almeno per me, resta uno dei mezcal più convincenti in circolazione.

Quando arrivano i tacos, quello che mi colpisce subito è la tortilla: mais blu, freschissima, grande, intorno ai quattordici o quindici centimetri di diametro. È un dettaglio tecnico, ma produce un effetto evidente, perché rende il taco abbondante senza farlo diventare pesante, e soprattutto ti permette di sentire una struttura, non soltanto un ripieno. Le porzioni sono generose, il servizio è rapidissimo, cordiale, pronto a venirci incontro anche su qualche richiesta fuori menu, senza quel tono irritato che spesso compare quando la sala è piena e tu chiedi qualcosa in più. In posti così, la qualità è anche il modo in cui ti fanno stare dentro a quella qualità. Restiamo fino a chiusura. La cucina chiude presto, intorno alle nove e un quarto, e si può rimanere nel locale fino alle dieci. A Berlino ha senso, qui il taco è una cena, non è necessariamente il boccone notturno dopo una discoteca come succede spesso in Messico.

Quando si spegne la pressione del servizio, lo staff si siede a mangiare, e a quel punto restiamo a parlare e a bere per un’oretta con chi fino a poco prima correva tra i tavoli. Finisce così, con una socialità improvvisa e concreta, e una chiacchierata con Fernanda, la manager messicana della taquería.

Abbiamo aperto ad aprile 2025“, mi dice, “perché Taquería El Oso, che è super riconosciuta ed è degli stessi proprietari, ha avuto un incidente, si è allagato tutto. Allora abbiamo aperto El Rey mentre rimettevamo a posto l’altro“.

Poi aggiunge una frase che, detta da chi è cresciuta in Messico, pesa più di qualsiasi slogan: “A Berlino ci sono varie taquerías, ma da messicana cerchi sempre quel sapore, che ti fa sentire in Messico”. Non lo dice con nostalgia, lo dice come criterio. E quando le chiedo perché questo posto, in così poco tempo, sia diventato un posto dove la gente fa più di mezz’ora di coda al freddo, la risposta è semplice: “Da quando abbiamo aperto è stato un boom. Anche perché il concept qui è un po’ diverso: da El Oso ci sono i tacos più classici, qui invece tanti stufati e brasati, e anche prodotti di più alta fascia“. A quel punto torna anche la tortilla, che per me era stata una percezione immediata e per lei è una pratica quotidiana. “Le tortillas sono fatte a mano, usiamo mais blu. Abbiamo le macchine, e produciamo anche i totopos”.

Infine parliamo del Sello M, ovvero del sigillo di “Autentica Cucina Messicana” concesso dalle ambasciate messicane nel mondo in collaborazione con l’Accademia Messicana di Gastronomia per riconoscere quei locali che promuovono la cultura, i prodotti e la cucina di quel paese. Lei lo racconta senza gonfiarlo, come una cosa seria e, allo stesso tempo, come una scena: “La nostra ambasciata qui in Germania ha lanciato una sorta di bando. Fai domanda e ti valutano. In realtà è stato abbastanza rapido, e siamo stati i primi a riceverlo, in Europa”. Poi sorride e chiude con l’immagine che resta: “Quel giorno c’è stato un evento, è venuto l’ambasciatore, c’era il mariachi!”.

Era il 13 ottobre 2025, per la precisione, e l’ambasciatore del Messico in Germania, Francisco Quiroga, ha consegnato al ristorante El Rey a Berlino il primo “Sello M” in Europa. Si tratta di un marchio che fa fare un grosso salto di reputazione a quei locali che l’ottengono. E a quel punto, ripensando a quella coda nel freddo, al legno semplice della sala, alle tortillas blu e a un mezcal ritrovato lontano da casa, capisco perché, in certe città, la gente accetta di aspettare più di mezz’ora senza battere ciglio. Non è soltanto fame, è la sensazione, rara, che dall’altra parte della porta ci sia qualcosa che valga davvero la pena.

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Emiliano Wass
Emiliano Wass
Antropologo, docente universitario, consulente editoriale, traduttore e curatore. giornalista pubblicista. All'enogastronomia arriva dall'antropologia, convinto che il cibo sia l'unico vero elemento identitario delle persone. Ha svolto lavoro di campo in Messico, occupandosi di diritti e tradizioni indigene. Ha scritto su Finzioni, Doppiozero, Scrivo.me, Distillerie.it, FirenzeToday.

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