sabato 19 Settembre 2026
HomeStorie e personaggiAssaggi estremi: mangiare...

Assaggi estremi: mangiare il cactus, tra mezcal e tequila

Anche se l’Italia meridionale ne è piena, il fico d’india – il cactus che proviene dal Messico ed è anche uno dei simboli di quel Paese – non è usato, se non i frutti. Eppure anche le foglie della pianta sono commestibili, e fanno parte da sempre della cucina messicana. L’abbiamo provata, grazie alla chef messicana Zahie Tellez che ci ha fatto… mangiare il cactus

14333108_10208898349951021_7999730640011402397_n

Finché non me lo sono trovato lì nel piatto, accompagnato da un formaggio fresco e del pomodoro datterino, non mi ero mai posto il problema della sua presenza o meno sulla tavola. Perché è vero che tutti fantastichiamo sui piatti esotici con cui ci piacerebbe confrontarsi – dallo squalo alla medusa, passando per la cavalletta o i testicoli di toro – ma a nessuno capita mai di riflettere su ciò che effettivamente abbiamo a portata di mano senza mai assaggiare.

aid172302-728px-eat-prickly-pear-cactus-step-2

Ci sono pietanze che non ti aspetti, insomma, anche se la materia prima l’hai sempre davanti. E così per me, che sono fondamentalmente uomo di Sud, l’aver trovato la pianta del fico d’india è stata una doppia sorpresa. Culturale, prima che gastronomica. Perché di quel tipo di cactus – simbolo del Messico, peraltro, presente nell’iconografia dell’aquila che stringe tra gli artigli un serpente – l’Italia meridionale è piena, eppure credo che nessuno abbia mai pensato di mettere in menù una “pala”, al massimo riservando attenzioni al frutto del fico d’india per sorbetti o gelati.

ar-301239983

Il cactus lo assaggio invece per la prima volta in 38 anni da Gurdulù, a Firenze, per una serata che la resident chef Entiana Osmenzeza divide con la collega messicana Zahie Tellez, ambasciatrice del Messico con ojos de hielo. In un menù a quattro mani, accompagnato da mezcal e tequila (più un qualificato commensale prezioso nell’illustrarmi ogni sfumatura che definisce la differenza tra questi due distillati), abbiamo scoperto che mangiare il cactus è operazione tutto sommato piacevole.

mangiare il cactus

Il colore è verde, ovviamente, e l’aspetto è piuttosto simile a quello dei fagiolini verdi piatti. Il sapore non è particolarmente marcato, e richiama – appunto – quel tipo di fagiolini. Al massimo, una nota più gelatinosa in bocca. Scopro che il cactus viene tagliato a listarelle, lasciato essiccare e infine cucinato. Nello specifico, come si vede nella foto in basso, avvolto in una foglia di mais essiccata.

mangiare il cactus da Gurdulù

Al di là del gusto in sé di mangiare il cactus, il vero valore aggiunto l’ha dato l’accompagnamento: prima il mezcal, dal tipico sapore polveroso che entra in bocca già col primo sorso, e poi il tequila con il suo aroma delicato di rosa. Due prodotti che arrivano dalla distillazione della stessa pianta – l’agave azzurra Weber – ma tra i quali passa la stessa differenza che c’è tra il giorno e la notte.

Segui Il Forchettiere su Google
Aggiungi Il Forchettiere alle tue fonti preferite per trovare più facilmente i nostri articoli nelle Notizie principali di Google.

Rimani aggiornato: iscriviti!

ARTICOLI SIMILI

Il 21 settembre rinasce Bibite Corallo, un marchio scomparso da 60 anni. Un progetto no-profit che intreccia storia, gusto e recupero delle Terme del Corallo

DELLO STESSO AUTORE

Continua a leggere

Tony, prima che Bourdain diventasse Bourdain

Ho parecchie riserve su Anthony Bourdain. Non sulla sua scrittura, e nemmeno sul suo talento nel raccontare il cibo, le cucine e soprattutto le persone che ci lavoravano. Le riserve riguardano piuttosto alcune conseguenze involontarie di quel lavoro. Bourdain, con...

Firenze, al via ‘Amaridamare’: tre serate per esplorare il mondo degli amari

L’umbra Green Heart Distillery (30 settembre) e i toscani Liquorificio Morelli (21 ottobre) e Distilleria Elettrico (25 novembre) sono i protagonisti della nuova rassegna spirits ospitata al Bernini Palace Hotel, tra masterclass, storytelling e aperitivi tematici

Paulo Airaudo raddoppia a Firenze: nasce il Portale, a 220 metri dal Luca’s

Paulo Airaudo, lo chef argentino da otto stelle Michelin firma la consulenza del nuovo ristorante del Porta Rossa Hotel. Stessa mano, filosofia diversa: niente fine dining e caccia al macaron, ma una cucina toscana elegante e accessibile guidata da Mirko Margheri.