Mai come nel caso del Coronavirus il dibattito si polarizza intorno a due schieramenti, ognuno dei quali porta avanti istanze ragionevoli e del tutto condivisibili. Ecco perché, tra una campagna e l’altra, occorre avere il coraggio delle scelte impopolari

Immaginiamo di avere, come nel più classico cliché, un angioletto che ti si poggia sulla spalla destra e un diavoletto che si adagia su quella sinistra. Tu al centro, chiamato a cedere all’una o all’altra campana e a schierarsi in modo chiaro. Il problema, nel caso del Coronavirus, è che – una volta smessi i panni da angelo e diavolo e indossati entrambi un paio di jeans e una camicia – hanno tutti dannatamente ragione. Il che complica un po’ le cose, soprattutto se si tratta di prendere scelte anche impopolari o persino di non far nulla (il che è a sua volta una scelta) pur di non imboccare la strada sbagliata.

Mi spiego meglio, che il caso è vieppiù complesso. In questi giorni difficili capita di ascoltare, pur nelle rispettive molteplici sfumature, due istanze difficilmente conciliabili, entrambe legittime ma praticamente contrapposte. Proverò a sintetizzarle:

  1. “Alberghi e ristoranti deserti, il motore dell’Italia viaggia al minimo dei giri e l’inerzia sarebbe un dramma economico senza precedenti. Rischiamo che alla fine della crisi i locali sopravvissuti siano solo una percentuale di quelli che oggi già navigano in acque tempestose. Ergo, non facciamoci vincere dalla paura, usciamo, frequentiamo ristoranti, mettiamo in moto l’economia. Pur nel rispetto del famoso ‘metro’ di distanza, non facciamoci murare in casa”. Giusto. Legittimo, per carità. È ciò che da un capo all’altro d’Italia sta portando a campagne per non fermare le città e che ha portato diversi amministratori ad aprire gratis musei e luoghi di socialità.
  2.  “Se i ristoranti sono chiusi, così come i teatri e le scuole, è per un motivo: impedire che il contagio aumenti, e di conseguenza troppe persone contemporaneamente possano trovarsi ad aver bisogno di cure, intasando gli ospedali e mandando al collasso il pur brillante sistema sanitario italiano. Capisco le difficoltà di albergatori, ristoratori, partite Iva, dipendenti, ecc… ma l’interesse prevalente alla salute impone che la gente non esca, se ne resti il più possibile lontano da dove può contagiare e/o essere contagiato”. È la posizione opposta rispetto alla precedente, portata avanti da chi vede la salute collettiva prioritaria rispetto alla sopravvivenza di un sistema economico tout court.

Come si vede, non si tratta né di salvare il posto di lavoro del singolo ristoratore né di subire le paturnie di qualche idiosincratico. In ballo ci sono due interessi generali, entrambi fondamentali: da un lato la salute pubblica, dall’altro la sopravvivenza del tessuto economico. Sembra che uno, al momento, escluda l’altro. Estremizzando per semplificare, se invito la gente a tornare nei ristoranti, faccio il bene dell’economia ma allo stesso metto in pericolo le persone. E viceversa.

È giusto farlo, quindi, o no? C’è una soluzione, una sintesi tra queste posizioni? Al momento non la vedo, ma in prospettiva potrebbe essere quella di “tenere buone” le campagne per il momento in cui l’emergenza acuta sarà passata. In altre parole, non appena sarà possibile tornare nei ristoranti e negli alberghi, sarà il caso che ognuno di noi metta mano al portafogli e dia un contributo a far ripartire l’economia. Il problema è che non abbiamo idea – nessuno ce l’ha – di quanto durerà questo stato di cose, e senza un orizzonte temporale di riferimento non c’è previsione che possa essere realistica.

Qualcuno dei ristoratori sta muovendo passi in direzioni ragionevoli, come la scelta di fornire ai clienti un menù da asporto (si incassa un po’, senza esporre troppo le persone al possibile contagio). Qualcun altro vuol dare vita ad aperitivi e cene come se il coronavirus non esistesse, ed è davanti agli occhi di tutti cos’è successo a Nicola Zingaretti per aver partecipato a uno di questi happening. Appare bizzarro, infine, chiedere ai sindaci di aprire le Ztl o altre misure per portare più gente nei centri storici: si riempirebbero magari i ristoranti, ma a che prezzo?

Crediamo che in questa fase tutte le persone di buon senso sarebbero disposte a compiere scelte impopolari. Il problema è capire quali.

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Marco Gemelli
Marco Gemelli, classe 1978, sposato con due bimbi, giornalista professionista dal 2007, è membro della World Gourmet Society e dell'Associazione Stampa Enogastroagroalimentare Toscana. E’ stato redattore ordinario al quotidiano Il Giornale della Toscana, dove per anni si è occupato di cronaca bianca e nera, inchieste, scuola e università, economia, turismo, moda ed enogastronomia. In seno alla stessa testata è curatore dell’inserto semestrale Speciale Pitti Uomo. Oggi è un libero professionista: collabora con diverse testate – sia online che cartacee – nel settore degli eventi e delle eccellenze del territorio, in particolar modo nel campo enogastronomico. E’ coideatore del progetto “Le cene della legalità” (2013) e autore de “L’Opera a Tavola” (2014), nonchè fondatore del sito www.itrelforchettieri.it, embrione del Forchettiere.