Il nome di Alberto Chirici non suonerà familiare ai più. Almeno in Toscana, invece, dovrebbe. È infatti il primo toscano ad aver vinto il campionato mondiale di bartending. Ecco la sua storia

La storia del bartending toscano ha radici solide, dovute a professionisti che anche in un’epoca in cui i riflettori mediatici erano puntati altrove hanno lavorato con amore e dedizione dietro al bancone, ed sono riusciti ad ottenere risultati straordinari sia in Italia che all’estero, tenendo alta la bandiera della nostra regione in giro per il mondo. Alberto Chirici è uno di quegli uomini, un grandissimo professionista che partendo dal Granducato è arrivato a essere proclamato campione del Mondo in Giappone nel 1971. Ma facciamo un passo indietro, e proviamo a ricostruire la storia di questo barman

alberto chirici campione barman

Alberto Chirici, ci può raccontare la sua carriera prima della vittoria mondiale? Dove lavorava e dove aveva appreso il mestiere di Barman?
Il lavoro del barman mi era sempre piaciuto, fin da bambino. Ero affascinato dalla possibilità di poter parlare con clienti di ogni tipo, di ogni ceto e in ogni angolo del mondo. Mi divertivo proprio a servirli e, soprattutto, a guidarli alla scoperta di nuovi sapori e odori. Iniziai a lavorare in questo settore appena ventenne, ero il barman di un locale notturno chiamato Open Gate al Piazzale Michelangelo. Lì rimasi due anni, prima di iniziare il mio viaggio professionale in lungo e in largo per l’Italia. Viareggio, Milano, Ravenna, Catania… Feci tante esperienze diverse e istruttive, aggiornandomi costantemente su ogni prodotto per trovare gli abbinamenti migliori.

Se lo immaginava  all’epoca che quel giovane barman curioso sarebbe  arrivato fino al titolo di Campione del Mondo ?
Mai e poi mai. Nel mio lavoro davo tutto me stesso, ma già il fatto di partecipare alla finale mondiale fu un risultato ben al di sopra di ogni mia più rosea aspettativa, devo essere sincero.

A proposito, ci racconta come fu selezionato per partecipare al Mondiale?
Ricordo che partecipai a diverse competition. Prima a Bologna, poi a Modena e Milano. Ma il vero esame erano le visite a sorpresa degli altri soci AIBES. Arrivavano da Milano, si presentavano al locale e ti chiedevano i cocktail più svariati fingendosi persone qualunque. Solamente dopo essere stati serviti e soddisfatti, ti svelavano la loro identità. In questo modo ogni cocktail che preparavo doveva essere il migliore di tutti. Ogni giorno, ogni ora, ogni cliente.

Alberto Chirici, il primo barman toscano campione del Mondo (Tokyo 1971)
Un provino quotidiano, insomma, fino alla grande chiamata…
Ci fu un’importante riunione dell’associazione a Milano e dopo mi dissero che mi avevano scelto come terzo concorrente italiano per il Concorso Mondiale a Tokyo. Fu un’emozione bellissima. Io in lotta per il titolo di Campione del Mondo, contro barmen di ogni continente e in un Paese tutto da scoprire come il Giappone.

Alberto Chirici, il primo barman toscano campione del Mondo (Tokyo 1971)

Quante nazioni c’erano in gara?
82. Si disputò una finale secca tra barmen di ben 82 Paesi diversi. Eravamo in una zona bellissima di Tokyo, in un grande prato verde, con un sacco di giornalisti e sponsor al nostro seguito. Durante il viaggio, durato 15 giorni, eravamo stati ospiti d’altronde proprio delle diverse case produttrici.

Che sensazioni provò dopo quella grande vittoria?
Fu una sensazione unica. I giapponesi, padroni di casa, erano molto agguerriti. Pensi che il presidente dell’associazione dei bartender giapponesi, che tra l’altro conoscevo bene, avrebbe ricevuto in regalo un cocktail bar nel celebre quartiere Ginza qualora avesse vinto. Perdere contro uno ‘straniero’ fu quindi una doppia beffa per lui…

Dai barmen di ieri a quelli di oggi, qual è la cosa più importante dietro al bancone secondo Alberto Chirici?
Un bravo barman deve essere un Signore con la S maiuscola, ma sempre meno del suo cliente. Il cliente ha sempre ragione, deve sentirsi a suo agio e godersi ogni momento della sua esperienza al bar.

Alberto Chirici, che idea si è fatto dell’attualità della mixology?
Non capisco bene i giovani d’oggi, devo dire la verità. Ormai tra me e loro ci sono troppe generazioni nel mezzo e non me la sento di esprimere un giudizio. Vi dico solo che ai miei tempi un barman doveva essere sempre informatissimo sul cliente che stava servendo. Quando lavoravo a Puntala, per esempio, una volta mi capitarono 80 Premi Nobel. Si immagina lei quante brutte figure avrei potuto fare se non mi fossi documentato prima su ognuno di loro? Un bartender non serve solo da bere, ma guida il suo interlocutore in un percorso. Un po’ come Virgilio con Dante.