Francesco Annesanti, che in Valnerina è cresciuto e si è fatto viticoltore, è l’unico a imbottigliare in questo scampolo di terra a pochi chilometri dalla Cascata delle Marmore

La Valnerina, la valle che in Umbria segue il corso del fiume Nera, è innanzitutto un “luogo del silenzio”; i suoi boschi, l’asprezza del territorio e l’asperità dei monti che la chiudono, l’hanno resa per secoli terra di rifugio, ritiro e isolamento e quindi – di conseguenza – anche un ricovero per gli asceti. Ancora oggi, qui si vive pacatamente ma non senza operosità, e con levità, senza rincorrere l’eccesso: Francesco Annesanti ne è riprova e al riparo della Valnerina, quasi come gli eremiti di secoli fa, produce “vini analfabeti”, da bere con quella leggerezza che è propria di chi ha carattere.

Nel 2012, infatti, dopo la laurea in Scienze Naturali e diverse esperienze lavorative, Francesco ha ristrutturato alcuni locali all’interno dell’azienda agricola di famiglia e li ha trasformati in una cantina da adibire alla produzione di vino. In fondo, Francesco è legato a doppio filo alla “terra”; un capo gli permette di relazionarsi con la solida tradizione contadina della propria famiglia, l’altro lo connette all’indole fiera dei nonni, di cui porta anche il nome, abituati a lavorare in sintonia con la Natura e a rispettarne i ritmi.

I suoi vini che, proprio per la peculiarità della Valle che gli dà i natali, priva di denominazione, hanno soltanto l’IGT regionale a dar loro riconoscibilità, non “parlano” in modo compito ed erudito, ma, come scrive Francesco anche in etichetta, “recitano poesie e conoscono canzoni a memoria”, così come vuole la migliore tradizionale orale contadina. Prodotti facendo a meno del superfluo, sia in vigna che in cantina, i vini di Francesco, frutto di continua sperimentazione, prosperano come prosperano le idee.

A partire da varietà come la barbera, il sangiovese, il pinot nero, il merlot, il grechetto, il trebbiano spoletino e la malvasia, Francesco dà vita a vini fedeli al retaggio contadino, privilegiando fermentazioni spontanee, macerazioni sulle bucce anche per i bianchi, vinificazione in anfore di terracotta, utilizzo minimo dei solfiti e imbottigliamenti senza filtrazioni. Sono, poi, le sue anfore di terracotta a raccontare, fin dal principio, la storia di ognuno: su di esse, infatti, Francesco scrive, di suo pugno, le parole chiave di tale narrazione, si tratti di “attesa”, “sacrificio”, “forza”, “dedizione” o “disobbedienza”.

Ciò che, in definitiva, muove Francesco è un profondo radicamento e, soprattutto, una grande riconoscenza verso quella terra che già tanto ha dato alle generazioni precedenti; lui intende tutelarla e, allo stesso tempo, valorizzarla e promuoverla con vini che ne raccontino storia, miti, vezzi e – perché no? – profumi.

photo: Marco Montori

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