Esperienza tutt’altro che soddisfacente alla pizzeria Vico del Carmine, in San Frediano, a Firenze. Di napoletano, quelle pizze, non avevano nulla. E il fatto che non ci fosse cenno al recente scudetto lascia intendere quanto di Napoli (non) ci sia davvero…

Che Firenze sia diventata di recente un polo di attrazione per alcuni dei migliori pizzaioli d’Italia, è cosa risaputa. Dai nomi ormai consolidati – Giovanni Santarpia e Marco Manzi, Romualdo Rizzuti e Mario Cipriano – ai talenti emergenti (in primis Luigi Amalfitano, Antonio Cappadocia e Paolo Ciullo), rispetto a una quindicina d’anni fa l’asticella si è alzata parecchio. Che la stragrande maggioranza di questi interpreti dell’arte bianca – per ragioni tutto sommato ovvie – sia meridionale e in particolare napoletano, non sorprende. La pizza, del resto, è espressione identitaria della cultura partenopea. Più prosaicamente è un “brand” che ha successo e che dunque viene sfruttato a piene mani anche al di fuori della città di Napoli.
Ma che Firenze sia anche la patria delle cosiddette trappole per turisti è un altro fatto noto. È il caso della pizzeria Vico del Carmine, in Via Pisana 40r, zona San Frediano, uno degli epicentri della vita notturna fiorentina. Per deliberata scelta di design la pizzeria riproduce al suo interno un tipico, pardon, stereotipico vicolo di Napoli, mentre sulle pareti campeggiano ritratti di Totò, Eduardo, Peppino e altri vari elementi di oleografia napoletana.

Una scenografia che non mi aspettavo quando, ieri sera, ho deciso all’ultimo minuto di portarci padre, moglie e figlia. Se da una parte posso capire l’appeal di tale allestimento per qualcuno nato nella vicina Scandicci o per il turista di passaggio, per me, che sono figlio di Partenope, esso lascia un senso di incredulità. E incredulità è il termine che meglio definisce la nostra esperienza al Vico del Carmine, per 45 interminabili minuti.

Dopo il primo stropiccìo d’occhi per le tante banalità del design degli interni, si continua con il servizio, sciatto e sfasteriato. Per fortuna, essendoci seduti alle 19.45 circa, il locale era semivuoto (e tale è rimasto per i tre quarti d’ora successivi), quindi non abbiamo aspettato più di 10 minuti per ricevere le 4 pizze ordinate. Mettiamola così: di napoletano, quelle pizze, non avevano nulla.
Informi, dal cornicione basso e croccante, quasi impossibile da tagliare con un coltello seghettato. Ho rubato un pezzo di margherita a mia figlia quattrenne e c’è voluto poco a capire che quel formaggio non era mozzarella. La mia Positano (mozzarella, scamorza, melanzane fritte e pomodorini, se la memoria non mi inganna) contava ben 4 pomodorini divisi a metà e 11 cubetti di melanzana fritta, appoggiati su una base unica di formaggio fuso, dove la scamorza non si riusciva nemmeno a intuire. Impasto e condimenti del tutto privi di sale – forse per venire incontro al gusto locale?

(nell’immagine qui sopra, la mia Positano; dopo aver addentato, famelico, il primo spicchio, ed esser rimasto di sasso, ho reputato giusto documentare l’incredulità)
Ho chiesto a mia moglie, che – bisogna dirlo – non è dei paesi miei e che mi sedeva di fronte, come fosse la sua pizza. E con il rigore analitico che la contraddistingue mi ha risposto: “Sembra una pizza scongelata”. Mi sono voltato verso mio padre, che masticava lento e silenzioso, e gli ho chiesto scusa.
La pizzeria Vico del Carmine a Firenze esiste da 10 anni e io non c’ero mai stato prima (né ci tornerò mai più): a giudicare dalla loro pagina Facebook e dai commenti di alcuni aficionados un tempo le cose sembravano diverse. Chissà, forse ha cambiato gestione, come lascerebbe pensare la cassiera dal forte accento est-europeo. Ma – mea culpa – una cosa avrebbe dovuto insospettirmi al varcarne la soglia: non una bandiera, non uno striscione, uno poster, un palloncino, qualsiasi cosa!, dedicato al recente scudetto del Napoli. Al Vico del Carmine i napoletani, quelli veri, non ci stanno. E si vede.

