Il titolo richiama una celebre rubrica della Settimana Enigmistica, e forse l’obiettivo del volume è proprio far passare qualche ora di relax raccontando pillole di aneddoti e curiosità sul Belpaese. È il libro “Forse non tutti sanno che in Italia…” di Isa Grassano (ed. Newton Compton). Abbiamo raccolto alcuni degli spunti enogastronomici citati nel libro

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Quasi nessuno sa che Giovanni Pascoli nutriva un odio profondo verso Bologna, perché in gioventù era stato un frequentatore di bordelli: notizia che contrasta con l’immagine consolidata di un Pascoli moderatamente attento all’altro sesso, insomma poco virile o magari segretamente innamorato delle sorelle. E ancora: non tutti sanno che Gabriele D’Annunzio spendeva un patrimonio per le camicie da notte delle amanti. Del Guercino, invece, si racconta che non si fosse mai sposato perché amava tanto il gentil sesso da non riuscire a scegliere una sola compagna. Sono solo alcune delle curiosità, aneddoti e storie inedite che si scoprono all’interno di Forse non tutti sanno che in Italia… (Newton Compton) della giornalista e scrittrice Isa Grassano.

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Un viaggio da Nord a Sud attraverso lo stivale tra piccoli e grandi tesori nascosti. Perché accanto a ciò che è noto, visto, vissuto, ogni regione nasconde qualcosa di insolito, curioso, misterioso, al di fuori dei percorsi standard e dei luoghi convenzionali. Così vagando tra le pagine si impara che esiste lo Spielberg (il celebre carcere) dell’Irpinia a Monetefusco (Avellino), che a Imperia esiste la dimora di Grock, il più grande clown della storia. I 150 capitoli del libro spaziano su tutti i campi, incluso quello gastronomico: il mallegato di San Miniato (Pisa), a base di sangue di maiale, è un retaggio della norcineria medievale; in Sicilia si possono assaggiare piatti ispirati ai ricettari di Apicio, il primo gastronomo della storia; in Molise, sotto Natale si assaggiano le ostie di Agnone, ripiene con mandorle, noci, miele e cioccolato.

Il Comune di Castelmagno pagava un canone annuo in formaggio

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Si narra che un giorno l’imperatore Carlo Magno fu ospite del vescovo di Saluzzo. Nel corso del banchetto a lui riservato, l’imperatore non disdegnò un grosso cacio color di sacco. Fece per tagliare via la rugosa crosta scura e incidere la venatura bluastra, ma il vescovo lo rimproverò benevolmente, facendogli notare che rinunciava al meglio. Così Carlo Magno vinse la diffidenza e sciolse in bocca quella delizia. Fu amore a prima vista, e mai più alla corte del Sacro Romano Impero quel cacio mancò: inoltre, secondo una sentenza arbitrale del 1277 il Castelmagno erborinato a pasta blu divenne il canone che il comune di Castelmagno fu obbligato a pagare al marchese di Saluzzo. Oggi quel formaggio Dop dall’aroma forte e piccante, in vendita dai 15 ai 30 euro/kg, è tutelato da un consorzio

A Milano esiste ancora la vigna di Leonardo da Vinci

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Di Leonardo da Vinci pensiamo ormai di sapere tutto. Ma visitando a Milano la Casa degli Atellani, in corso Magenta 65, dove abitò, si può scoprire un lato curioso e inedito della sua personalità: l’autore della Gioconda proveniva da una famiglia di vignaioli e il vino rientrava fra i suoi molteplici interessi, come dimostrano le liste della spesa e i suoi appunti. A Milano Leonardo era arrivato nel 1482, proveniente dalla corte fiorentina di Lorenzo il Magnifico, invitato da Ludovico Maria Sforza detto il Moro. Nel 1498, come segno di riconoscenza per l’affresco dell’Ultima Cena, il duca milanese regalò a Leonardo una vigna di forma rettangolare, situata sul retro della sua abitazione. Gli bastava solo attraversare la strada. Misurava circa quindici pertiche, un totale di 8.300 metri quadrati, come risulta anche da due mappe schizzate dallo stesso Leonardo. Quando i francesi invasero il Ducato di Milano, costringendo Ludovico il Moro a fuggire in Austria, anche Leonardo lasciò la città, diretto a Mantova. Prima però si preoccupò di affittare la terra a messer Pietro di Giovanni da Oppreno, padre del suo allievo preferito. Dopo una confisca francese di 5 anni, la vigna venne restituita a Leonardo: questi, nel suo testamento, dispose che la vigna di Milano venisse suddivisa in due lotti uguali, da assegnare l’uno all’allievo Salaì, che su quel terreno aveva costruito la propria casa, e l’altro al fedele servitore Giovanbattista Villani. Per secoli sulla vigna di Leonardo cade l’oblio, finché nel 1919 Ettore Conti acquista la Casa degli Atellani e lo studioso Luca Beltrami, grande appassionato di Leonardo, incredibilmente ritrova, fotografa e tramanda i pergolati ancora vivi di quella che quattro secoli prima era stata una “ricchezza bucolica”. Un incendio e i bombardamenti del ’43 distrussero il vigneto, ma nel 2015 la Fondazione Portaluppi e gli attuali proprietari della Casa degli Atellani hanno finanziato una ricerca preliminare intorno alla vigna. Sul terreno indicato da Beltrami, sono stati individuati i camminamenti che regolavano le trame geometriche degli antichi filari. Un team di enologi ha lavorato per oltre dieci anni per riprodurre il vitigno coltivato fin nel 1500, la malvasia di Candia Aromatica. Così è rinata, almeno in minima parte, quella famosa vigna di Leonardo.

A Glorenza (Bz), sulle alpi, c’è l’unica distilleria italiana di whisky

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Con i suoi 900 abitanti, Glorenza è una delle più piccole città delle Alpi, una vera miniatura dall’atmosfera medievale. Qui si trova l’unica distilleria di whisky italiana: la Puni, che utilizza per i suoi distillati solo e unicamente i cereali venostani per una produzione al 100% made in Italy. La Val Venosta, infatti, in passato era famosa proprio per la coltivazione dei cereali e nei primi del Novecento è stata definita il “granaio del Tirolo”. Solo nel XX secolo, la coltivazione del grano è stata soppiantata dalla più redditizia coltivazione della frutta, ma nell’ultimo decennio la domanda di grano è aumentata, rendendo la coltivazione regionale di nuovo interessante. Gli alambicchi, in puro rame, provengono direttamente dalla Scozia. Due le tipologie di whisky prodotte: il fruttato Puni Nova, maturato in botti di rovere americane ed europee per tre anni, e l’affumicato Puni Alba, maturato in botti di marsala.

Bologna deve all’acqua (più che ai tortellini) la propria ricchezza

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Pochi lo sanno, ma è all’acqua – più che ai tortellini – che Bologna deve la sua ricchezza. L’acqua ha significato per secoli l’energia essenziale per alimentare le attività manifatturiere e commerciali: mulini, macine, concerie, filatoi, magli, gualchiere, e in particolare le centinaia di opifici che producevano magnifiche sete. Sotto chilometri di portici si cela un passato che “scorre” per sessanta chilometri. Un dedalo di cunicoli, gallerie, canali e sotterranei che assomiglia a un’immensa ragnatela. Del fitto sistema idrico oggi rimangono tracce nella toponomastica (via Riva Reno, via della Grada, quartiere Navile, Savena). I canali sono stati quasi tutti interrati per questioni di sviluppo, espansione e igiene. Non è quindi un caso che simbolo della Bologna moderna sia proprio la fontana del Nettuno, adiacente a piazza Maggiore.

Montefiascone e il vino Est-est-est

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Già il nome evoca il binomio territorio-vino, monte del contenitore di vino. “Monte” in omaggio alla posizione, seicento metri di altitudine sull’orlo del cratere vulcanico che scivola verso il Lago di Bolsena, e “fiascone” in onore ai vigneti del celebrato vino Est, Est, Est. Ma da dove nasce questo curioso appellativo? La leggenda fa risalire il tutto al 1111, con Enrico v di Germania che si stava recando a Roma dal papa. Al suo seguito si trovava anche il vescovo Defuc, fine intenditore e amante del buon bere. Per poter assaporare solo i migliori vini prodotti allora nell’Impero, il vescovo era solito inviare in avanscoperta il suo coppiere Martino, con l’incarico di fare un assaggio. Ogni volta che il vino era buono, Martino doveva lasciare un segnale sulla porta, la scritta latina “Est”, ovvero “c’è”, intendendo “qui c’è buon vino”. Giunto a Montefiascone, rimase così estasiato da quanto aveva bevuto che si sentì in dovere di avvertire il padrone con un triplice “Est”. Così, in loro onore, quel moscato prese il nome che ancora porta. Defuc, di ritorno da Roma, decise di fermarsi in zona, dove, si dice, morì nel 1113 a seguito di una sbornia colossale. 

Tra le altre, poi:
…L’orologio della torre di Lucca ha ancora il meccanismo di carica manuale
…Si parla ancora l’“arbëreshe” in molti paesi del potentino e della Calabria
…Solo una torre guarda tutte le altre a Carovigno (BR)

Il libro parla di ambienti, ma anche di amore per uno scorcio, per un dettaglio di un’opera d’arte, per un piatto tipico, per un giardino, un castello, una chiesa, un’architettura, un affresco, un personaggio del passato che lì è vissuto o che ha attraversato quei luoghi, un mestiere antico. Parla di natura sconfinata, di borghi che ti aprono il cuore, di mare che fa sognare. Non potevano mancare alcune segnalazioni a ingresso gratuito. Senza dover pagare un biglietto d’entrata, si aggiunge un po’ più di valore.

Isa, come sei arrivata a conoscenza di queste situazioni da un capo all’altro d’Italia?

Sono 150 capitoli, suddivisi per regioni, e di curiosità, aneddoti, approfondimenti su personaggi storici ce ne sono molti di più. Viaggiando molto, chiedendo suggerimenti e dritte a colleghi e amici, e leggendo molti libri, tanto che il volume è arricchito da una bibliografia finale.

Pensi che ci siano ancora “nicchie” da scoprire in Italia, preludio magari a un nuovo volume?

Come scrivo nell’introduzione, questa è solo una parte dell’Italia a me cara, che ho provato a svelarvi. Per vedere tutte le sue bellezze, ci vorrebbe un’altra vita. E forse non basterebbe. Quindi credo che di nicchie da scoprire ce ne siano ancora infinite. Di recente mi è capitato di vedere per la prima volta la grotta Giusti a Monsummano Terme, la grotta termale più grande in Europa, definita l’ottava meraviglia del mondo. Un vero paradiso naturale suddiviso in tre aree denominate Paradiso, Purgatorio e Inferno, con temperature che vanno dai 28° ai 34°C. Ancora, ho scoperto che Giuseppe Verdi era golosissimo della spongata di Busseto, una torta dalla farcitura morbida molto speziata, tanto che è appena nata una nuova dedicata al maestro e al territorio parmense: dopo la cottura viene iniettato uno sciroppo di Lambrusco (classico vino del parmense) con le spezie delle terre verdiane, gli aromi di Giuseppe Verdi (zenzero, chiodi di garofano, pepe nero, cannella e noce moscata).

Forse non tutti sanno che in Italia…
Isa Grassano
ed. Newton Compton
pp. 544
copertina rigida: 12 euro
ebook: 4,99
ISBN: 978-88-541-9789-3

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