I ristoratori lamentano locali vuoti, ma forse è anche l’effetto collaterale di campagne di pressione sulle istituzioni che hanno spaventato – insieme ai politici – anche il pubblico, allontanandolo. Ecco perché è il momento di spiegare che tornare fuori non è poi così male

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La sensazione è che gli effetti collaterali, alla fine, siano stati peggiori del beneficio. O quantomeno abbiano lasciato nell’organismo tossine pesanti da mandar via, proprio nel momento in cui i polmoni dovrebbero pompare aria pulita e il corpo fornire le energie per uno sprint collettivo. A oltre una settimana dalla fine del lockdown, da parte di più di un addetto ai lavori nel campo della ristorazione – chef, imprenditori, associazioni di categoria, analisti più o meno qualificati, ecc… – si tende a descrivere una fotografia del settore a tinte piuttosto fosche, e in qualche caso si parla senza troppa prudenza di una “tragedia”. Ma forse è arrivato il momento di fermarsi un attimo, prendere fiato e passare in rassegna dinamiche e meccanismi, se non proprio per individuare responsabilità almeno per ricostruire come siamo arrivati a tutto questo.

Partiamo dallo status quo. Nella vulgata più in voga nelle ultime ore, lo spettro di locali vuoti sembra aleggiare sui ristoranti da un capo all’altro d’Italia, rubando peraltro la scena a un altro spettro comparso di recente, quello della movida potenzialmente foriera di nuovi contagi. Il primo spauracchio – la paura del Covid che minaccia di lasciare deserti i ristoranti – stride con le immagini di piazze e strade piene di ragazzi tornati a celebrare il rito dell’aperitivo. Ma se le persone hanno il coraggio (la temerarietà, secondo alcuni) di tornare in strada, perché non dovrebbero tornare nei ristoranti? Una risposta plausibile, a nostro parere, sta negli effetti collaterali di cui parlavamo all’inizio.

Quali? È presto detto. Per settimane molti ristoratori hanno paventato al pubblico scenari fatti di plexiglass, barriere divisorie e asetticità diffusa, dando in pasto ai media un’idea di sala più vicina a quella operatoria che a quella di un luogo di socialità e piacevole convivio. Allo stesso modo tanti gastro-opinionisti hanno prematuramente mandato in pensione il servizio al tavolo, riesumando dall’oblio del tempo oggetti come il carrello per servire le portate e avvicinando concettualmente l’esperienza di una cena al girovagare dei pesci rossi in un acquario. Un modo per fare pressione sulle istituzioni – del tutto legittimamente, peraltro – per far sì che il governo aprisse gli occhi e optasse per soluzioni meno radicali. Cosa che poi si è puntualmente verificata.

Il problema è che la strategia di far paura al governo ha funzionato, ma a caro prezzo: allo stesso tempo quella medesima paura è infatti stata trasmessa al pubblico, ossia ai clienti. E ora se ne scontano le conseguenze, almeno in parte. Paradossalmente, forse mostrare cubi di plexiglass al ristorante o in spiaggia ha sortito l’effetto di allontanare la gente, specie quella meno incline alla riflessione (che oggi rappresenta ahimè una quota drammaticamente significativa), dai ristoranti e dagli stabilimenti balneari. Non stiamo dicendo che qualcuno ha affermato esplicitamente che quello sarebbe stato il modo in cui saremmo stati costretti a mangiare al ristorante o a recarci in spiaggia, ma a volte è sufficiente lasciarlo intendere. Come stupirsi che i clienti possano avere remore a tornare nei ristoranti, dopo aver mostrato loro (oltre che ai politici) il plexiglass in tv? Quando per vendere copie o acchiappare clic qualche testata prefigurava scenari distopici alla Black Mirror, consciamente o meno stava insinuando nella mente del pubblico che mangiare al ristorante sarebbe stata un’operazione alienante per i mesi a venire.

E così, ora che i dati di contagio mostrano che ho più probabilità di essere colpito da un fulmine che dal Covid 19 (ieri in Toscana 3 contagi su 3,73 milioni di persone, ossia lo 0,00008% della popolazione), ragionando in maniera razionale non ci si spiegherebbe come mai la gente non torni al ristorante. Certo, chi sceglie di restare chiuso ad libitum lo fa per motivi rispettabilissimi e condivisibili, in primis quello della sostenibilità economica e della volontà di non rischiare eventuali citazioni per infortunio sul lavoro. Ma se da un lato può esserci chi si è ritrovato prigioniero della causa che ha sposato, crediamo che sia arrivato il momento di un’azione in direzione ostinata e contraria (op. cit.) rispetto all’operazione plexiglass.

Quello poteva essere il momento in cui agitare davanti al naso delle istituzioni lo scenario peggiore (col danno collaterale di impaurire anche il pubblico), ma ormai è andata. Adesso è il momento in cui mostrare al pubblico che tornare al ristorante non è poi così male. Personalmente l’abbiamo fatto il primo giorno di lockdown. Cambia lo scenario, cambia la strategia: usammo già questa frase per spiegare come mai non ci fosse corto circuito nel fatto che in una prima fase del fenomeno Coronavirus i ristoratori chiedessero di non abbandonare i ristoranti e in seguito (quando l’epidemia ha smesso i panni di una psicosi proveniente da Oriente, è arrivata e si è rivelata per ciò che era) abbiano sposato la tesi del “restiamo a casa”.

(Photo by Anthony Kwan/Getty Images)

La situazione non è facile, sia chiaro. Sappiamo le difficoltà che vivono le famiglie dei ristoratori e dei dipendenti, così come quelle dei liberi professionisti e di tutta la filiera. Ma in questo momento crediamo che sia importante far dimenticare al più presto – tanto la memoria dell’italiano medio dura meno dell’orgasmo – il plexiglass e i suoi fratelli. Ovviamente, giova ripeterlo, al netto di un nuovo cambio di strategia se la curva dovesse risalire. In fondo, gli imprenditori hanno il dovere dell’ottimismo: e nel massimo rispetto di tutto gli attori coinvolti, non posso fare a meno di pensare che storicamente gli imprenditori della ristorazione appartengono a quella categoria che per mille motivi (da quelli fiscali alla scaramanzia, fino alla volontà di non alzare polveroni e invidie) non accetta volentieri di ammettere – talvolta anche a se stessa – che le cose non vanno poi così tanto male.

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Marco Gemelli
Marco Gemelli, classe 1978, sposato con due bimbi, giornalista professionista dal 2007, è membro della World Gourmet Society e dell'Associazione Stampa Enogastroagroalimentare Toscana. E’ stato redattore ordinario al quotidiano Il Giornale della Toscana, dove per anni si è occupato di cronaca bianca e nera, inchieste, scuola e università, economia, turismo, moda ed enogastronomia. In seno alla stessa testata è curatore dell’inserto semestrale Speciale Pitti Uomo. Oggi è un libero professionista: collabora con diverse testate – sia online che cartacee – nel settore degli eventi e delle eccellenze del territorio, in particolar modo nel campo enogastronomico. E’ coideatore del progetto “Le cene della legalità” (2013) e autore de “L’Opera a Tavola” (2014), nonchè fondatore del sito www.itrelforchettieri.it, embrione del Forchettiere.

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