C’è chi preferisce “vincere facile”, passando in rassegna alcuni tra i nomi più prestigiosi del panorama cittadino. E c’è chi invece opta per locali meno mainstream, lontani dai riflettori. Abbiamo chiesto a 24 chef fiorentini (e della provincia) dove vanno a mangiare quando non lavorano, ed ecco il risultato con relativa classifica

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Prendendo spunto da ciò che cantava l’indimenticato Fabrizio De Andrè nel Suonatore Jones (Non al denaro né all’amore né al cielo, 1971) con “tu che lo vendi, cosa ti compri di migliore?”, ci siamo chiesti quali siano i ristoranti preferiti di chi in cucina ci lavora tutti i giorni. Beh, forse la cosa migliore era domandarlo ai diretti interessati, ed è ciò che abbiamo fatto. Abbiamo chiesto a 24 chef fiorentini e della provincia di segnalarci i tre ristoranti del cuore. Non necessariamente quelli che a loro detta sono i migliori del panorama cittadino, attenzione, ma quelli – più semplicemente – dove gli chef vanno a mangiare quando non lavorano, quando spengono i fornelli del loro ristorante e una volta tanto si rilassano seduti dall’altra parte del tavolo.

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Fermo restando che la categoria non passa per quella con più tempo libero a disposizione, visti i ritmi logoranti di chi sta in cucina, è noto che – quando possibile – per uno chef andare ad assaggiare cosa preparano i colleghi sia un’abitudine tutt’altro che spiacevole, e non certo per prendere spunto o ispirazione per qualche piatto da riciclare. Anzi. Il fatto è che bene o male ci si conosce tutti, e provare cucine diverse e stili differenti dai propri rientra in una sorta di formazione professionale: altrimenti, gli chef non sarebbero poi così dissimili – e qui citiamo Daniele Silvestri nello Scrutatore non votante – da “quel cantante che non ascolta mai la musica oltre alla sua in ogni istante”.

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La domanda l’abbiamo posta a 24 chef fiorentini, in ordine rigorosamente alfabetico: Gabriele Andreoni (Santo Graal), Peter Brunel (Borgo San Jacopo), Massimiliano Catizzone (Florian Caffè), Simone Cipriani (L’Essenziale), Cecilia Dei (La Gramola), Arturo Dori (Ditta Artigianale), Stefano Frassineti (Toscani da sempre), Cristian Giorni (Da Silvana), Paolo Gori (Burde), Alessandro Liberatore (Villa Cora), Matteo Lorenzini (Se.Sto on Arno), Vito Mollica (Palagio del Four Seasons), Francesco Morra (Tosca al Mercato Centrale), Donato Mutri (Ménagère), Entiana Osmenzeza (Gurdulù), Daniele Pescatore (Da Pescatore), Cristian SantandreaMaria Probst (Tenda Rossa), Giovanni Santarpia (Santarpia), Filippo Saporito (La Leggenda dei Frati), Beatrice Segoni (Konnubio), Fabio Silla (Locale), Marco Stabile (Ora d’Aria), Andrea Venzo (Industria), Alessandro Zanieri (Wine Bar Frescobaldi). Quasi tutti hanno già risposto, non appena arriveranno gli ultimi 3-4 aggiorneremo la classifica, che comunque appare già ben definita.

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Abbiamo preferito non collegare ogni chef alle rispettive preferenze, lasciando le segnalazioni in un sano anonimato. Il risultato è una classifica che, a conti fatti, premia alcuni dei più celebrati ristoranti contemporanei della città e i suoi interpreti. In cima alla graduatoria c’è il Palagio del Four Seasons, con 5 preferenze: la cucina di Vito Mollica è dunque quella che i suoi colleghi preferiscono sentire quando se ne presenta l’occasione. La medaglia d’argento è un ex aequo tra l’Ora d’Aria di Marco Stabile e Gurdulù di Entiana Osmenzeza, con 4 preferenze ciascuno. Sul terzo gradino del podio sale invece l’Osteria Personale di Matteo Fantini con tre voti. Fuori dal podio, ma con due nomination ognuno, la Leggenda dei Frati di Filippo Saporito, Burde di Paolo Gori, il Tosca di Francesco Morra, Santarpia dell’omonimo pizzaiolo e il Se.Sto on Arno di Matteo Lorenzini. A seguire, 24 ristoranti o trattorie con una preferenza a testa: ci sono nomi “storici” come il Latini, new-entries di successo come Fratelli Cuore, locali già affermati come il Santo Graal, il Santo Bevitore o il Cestello, e persino il regno della pluristellata Valeria Piccini al St. Regis. Non mancano poi ristoranti etnici (un giapponese, un libanese e un messicano), pizzerie (Don Fefè e O’ Munaciello) e trattorie.

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Per finire, alcuni spunti di riflessione: su 24 chef fiorentini coinvolti, nessuno ha segnalato – tra i ristoranti dove ama andare a cena – il Cibreo, mentre l’Enoteca Pinchiorri ha incassato una sola preferenze. Segno che il blasone conta, ma non più di tanto: per palati allenati, forse una cucina emozionle di ispirazione contemporanea vale più delle pur rispettabilissime eccellenze pluridecennali. Per gli amanti delle statistiche, ecco la graduatoria complessiva (quasi) definitiva:

Palagio Four Seasons ******
Ora d’aria ****
Gurdulu ****
Io – Osteria Personale ***
Leggenda dei Frati **
Burde **
Tosca **
Se.Sto on Arno **
Santarpia**
Pane e Olio **
Da Tullio **
Berberé *
I Briganti*
Calino (Scandicci) *
Cestello *
Coquinarius *
Da Pescatore *
DimSum *
Don Fefé *
Fishing Lab*
Fratelli Cuore *
Fusion *
IyoIyo *
Latini *
La casalinga *
Munaciello *
Osteria delle belle donne *
Pinchiorri *
Ruggero *
Santo Bevitore *
Santo Graal *
Sosta del Rossellino *
St. Regis *
Sud *
Taverna del Bronzino *
Tijuana *
Trattoria bar Bibo (Firenzuola) *
Trattoria dell’Orto *
Tre Soldi *
Valle dei cedri *

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