L’evoluzione del Plaza Lucchesi, da hotel a tempio dell’accoglienza tra musica, cocktail e collaborazioni inaspettate

Di novità non si può parlare, vista la storia secolare, ma di nuovo corso sicuramente si! Da “osservatorio” sulla città a osservato speciale, il Plaza Lucchesi è più di un hotel e grazie a una serie di appuntamenti di livello e ospiti speciali si candida a “Best Place to Visit” per il 2019

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Da quando l’uomo per la prima volta ha abbandonato la vita nomade per diventare agricoltore, ha sviluppato un nuovo bisogno primario che lo distingue da qualsiasi altro animale. Si tratta del bisogno di misurare: da quel giorno in poi infatti il tempo non è più stato il semplice susseguirsi dei giorni, ma un alternarsi di stagioni, mesi e ore, periodi per seminare e per raccogliere. Il mondo non era più delimitato degli orizzonti, ma trovava i propri confini nelle proprietà e nei campi recintati. Erano nate le prime unità di misura.

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Millenni dopo la nostra ossessione per la misurazione e la categorizzazione sembra non averci abbandonato, anche se ogni tanto ci piace cambiare il metro con cui definiamo la realtà.  Anche i canoni  di giudizio dell’ospitalità e della tavola infatti negli ultimi anni ha subito una rivoluzione, e anche se non stravolgera’ il mondo come il passare dal misurare lo spazio in passi al metro standardizzato – o se preferite dal conto delle Lune al Calendario Gregoriano -nel suo piccolo sta cambiando le regole del gioco . Ma proviamo a far chiarezza.

Nel mondo dell’alta cucina, per anni l’unità di misura è stata dettata dal numero di stelle (o cappelli, mestoli e via così) assegnati ai migliori ristoranti. In base alle guide si poteva facilmente categorizzare un ristorante e addirittura avere un’idea dei prezzi che ci si poteva attendere vista la “classe sociale” in cui era collocato. Negli ultimi anni qualcosa è però cambiato, grazie alla rivoluzione silenziosa introdotta dalla classifica The World’s 50 Best Restaurants, che si è imposta come la nuova unità di misura del successo di chef e locali. Può dunque capitare che Ana Roš sia riconosciuta come la migliore chef donna del mondo, nonostante il suo ristorante non contasse alcuna stella (in quanto non esiste l’edizione slovena della guida Michelin), oppure che il ristorante più volte Best of Asia Gaggan, dell’omonimo chef, sia ad oggi “solo” un due stelle (assegnatele contemporaneamente in tempi recenti per altro).

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Oltre alle guide e alle stelle, che restano il punto di riferimento per chiunque lavori nel nostro mondo, possono esistere realtà virtuosissime e straordinarie, degne di giocare in Serie A, anche se ancora in riconoscimento non è arrivato. Recentemente mi sono chiesto se un paragone di questo tipo si può fare anche nel mondo dell’hotellerie, e mi sono ritrovato a  pensare all’Hotel Plaza Lucchesi a Firenze. Sulla carta ancora manca ancora la quinta e più brillante delle stelle, ma che lo staff dello storico hotel fiorentino studi da grande appare evidente anche per chi come me (essendo concittadino) frequenta solo gli aspetti più food & beverage della struttura.

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Il primo salto che ho visto fare al Plaza Lucchesi riguarda proprio il bar, anzi, i bar. Se la terrazza dell’Empireo è tra le più celebri della città, la volontà del F&B  Gabriele Frongia e del suo staff è stato quello di mettere il focus anche sul bar interno, rendendolo attraente tramite una ben studiata strategia legata al mondo dei cocktails. L’entrata di Paolo Ponzo (sceso da Villa Cora) per andare a integrare l’ottimo lavoro di Enrico Cascella e del suo staff prima, e la partecipazione alle più importanti manifestazioni legate al mondo della mixology a Firenze (Florence Cocktail Week e Pisco Week) poi, ha senza dubbio ottenuto l’effetto sperato, facendo passare l’immagine del Lucchesi da “bella location” a tappa imperdibile per gli amanti del bere miscelato.

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L’altra evoluzione stilistica legata ai bar riguarda proprio il rooftop del Plaza Lucchesi. Croce e delizia per ogni hotel, che deve al tempo stesso preservare la propria identità e percepito di qualità, senza però rinunciare alla prospettiva di far cassa con turisti entusiasti. La soluzione trovata è stata tanto affascinante quanto (per il momento) limitata nel tempo. Infatti per due periodi separati la terrazza è diventata teatro di eventi particolari, e per loro natura più raccolti e riferita a una clientela più local. Ad aprile si è tenuto il Brunch in terrazza, ma l’iniziativa forse più innovativa è tra luglio e agosto la proposta per quattro giovedì di una serata ispirata ai sapori e alla musica degli Stati Uniti del Sud. Una proposta particolare, che ha messo fianco a fianco musica Jazz, cocktail a base Bourbon e cucina cajun, in un clima rilassato e allegro come in un antico carnevale di New Orleans.

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L’ultima novità del Plaza Lucchesi, anche questa partita in sordina (tanto da far pensare a delle prove tecniche di trasmissione) è l’aperitivo firmato da Simone Cipriani e dal suo FAC (come già era successo con Essenziale). Oltre ad essere l’ulteriore conferma della direzione di qualità presa dall’hotel, quest’evento a doppia firma dimostra in maniera evidente la voglia del Plaza Lucchesi di aprirsi sempre di più alla città. E martedì 24 luglio, dalle ore 20, va in scena la presentazione di Unico Gelato Express, un evento da non perdere per gli amanti del gelato in ogni sua declinazione. La direzione è presa, e la strada per il successo sembra imboccata. Non importa quanti passi (o metri) e quanti giorni (o lune) serviranno per arrivare alla vetta, perché l’unità di misura che pare essere stata scelta dal Plaza è quella della felicità dei clienti e della qualità del servizio.

Federico Bellanca

Federico Bellanca

Federico Silvio Bellanca, nato l’ultima settimana del 1989 a Fiesole, reputa se stesso la risposta alla domanda di Raf “cosa resterà di questi anni 80”, e si crede simpatico ogni volta che fa questa battuta. Specialista in Marketing del settore Beverage, ha lavorato in quest'ambito per alcuni anni (soprattutto sul mercato francese), per poi passare a ruoli di responsabilità nelle vendite in diverse aziende spaziando dal vino alla birra fino ai prodotti food. Stregato dal fascino del giornalismo ha cominciato a scrivere per riviste tecniche nel 2015, prima su GDOnews e successivamente su Beverfood.com. A fine 2017 inizia a scrivere su il Forchettiere per raccontare la passione di tutti i protagonisti della ristorazione incontrati mentre cercava dati di mercato e trend di marketing. Ama i cocktail in cui gli ingredienti sono creati del bartender, i ristoranti che non fanno razzismo regionale nei vini e tutto quello che viene servito crudo o quasi. Odia i sorrisi forzati nelle foto , gli appassionati morbosi di un singolo prodotto e scrivere di se stesso in terza persona nelle biografie perché non riesce a farlo troppo seriamente…

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